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(LA RESPONSABILITÀ DELLA VERSIONE ITALIANA DEGLI ARTICOLI PUBBLICATI NEL BLOG DEL PROFESSOR NAVARRO È DEL TRADUTTORE, MICHELE ORINI)

Articolo pubblicato da Vincenç Navarro sulla rivista digitale SISTEMA, en ella rubrica “Pensamiento Crítico” sul giornale PÚBLICO, il 15/11/2013

Questo articolo indica che la costruzione dell’euro fu parte di un progetto politico, che si sta rivelando vincente, capeggiato dal mondo delle grandi aziende (sia finanziarie che industriali) e che punta ad indebolire il mondo del lavoro e l’Europa sociale da esso fondata. La complicità delle sinistre governative a questo progetto implica il loro enorme discredito.

La maggior parte delle sinistre del nostro paese sembra non aver preso coscienza del fatto che la creazione dell’euro rispose ad un progetto il cui obiettivo era di indebolire con tutti i mezzi possibili il mondo del lavoro, ed il modello sociale ad esso collegato, che aveva convertito l’Europa in un punto di riferimento internazionale per tutte le forze progressiste del mondo. Questo progetto si è dimostrato vincente, come dimostra il fatto che il mondo delle grandi aziende (sia finanziario che industriale) sta ottenendo tutto quello che ha da sempre desiderato. Oggi i Governi stanno forzando la diminuzione dei salari, l’aumento della disoccupazione, lo smantellamento dello Stato Sociale, la privatizzazione delle pensioni e dei servizi pubblici come la sanità, l’istruzione, i servizi sociali, etc. Tutte queste misure si sono realizzate sotto il mandato delle istituzioni che governano l’euro, ovvero la Banca Centrale Europea, la Commissione Europea, il Consiglio Europeo ed il Governo tedesco, tutte istituzioni di orientamento ultra-liberista, che usano gli strumenti finanziari che hanno a loro disposizione per imporre politiche neoliberiste. Il fatto che le cose stiano così è evidente, ed i riscontri empirici che sostengono questa interpretazione di quello che sta succedendo in Eurpoa sono schiaccianti. Ovviamente, i mezzi di informazione più diffusi, controllati da tali interessi aziendali, occultano questa realtà.

Ci sono multipli esempi di questa strumentalizzazione. Consideriamo ora uno dei casi più recenti. Qualche mese fa venne approvato il bilancio preventivo pluriennale dell’Unione Europea, all’interno delle norme stabilite in preparazione dei bilanci preventivi dei prossimi sette anni. In queste normative si indica, quasi di sfuggita, che ogni contributo finanziario (chiamato “aiuto”) ad autorità municipali, regionali o nazionali (ovvero quello che il lettore avrà probabilmente visto indicato su cartelli del proprio municipio o regione, sui quali si indica che tale progetto è stato finanziato con fondi della Unione Europea, con tanto di bandiera stellata in bella vista) è condizionato dal fatto che il Governo di tale paese si impegni a seguire le politiche macroeconomiche neoliberiste (che non hanno niente a che vedere con lo specifico progetto finanziato), le quali includono la sfilza di misure menzionate in precedenza. E queste misure macroeconomiche vengono dettate e supervisionate dalla Commissione Europea, ovvero il gruppo di tecnocrati che nessuno ha mai eletto e che sono in gran parte di orientamento ultra-liberista. Detto con altre parole, la Commissione Europea direbbe al Governo spagnolo: “Lei non può finanziare con fondi europei, per esempio, la costruzione di un ospedale nella città di Girona, a meno che Lei, Governo di Madrid, non s’impegni preventivamente ad abbassare i salari dei lavoratori spagnoli”.

Il Governo che ha promosso questo sistema e che gode di un’enorme influenza nella Commissione Europea è quello tedesco, ad oggi il massimo sostenitore delle politiche di austerità nella UE e nella Eurozona. E mi rammarica doverla informare che lei, cittadino spagnolo, non ha nessuna voce in capitolo o possibilità di cambiare questo meccanismo, a meno che si mobilizzi per fare in modo che la Spagna esca da questo sistema che mantiene il paese bloccato in ostaggio. Tra l’altro, parte di questi fondi provengono dalle sue tasche, riciclati attraverso l’onnipresente Commissione Europea. Mi spiace doverla anche informare che il Parlamento Europeo non gioca nessun ruolo in tutto questo, e che non può fare assolutamente nulla. In realtà provò a fare qualcosa, ma non glielo permisero. Aveva proposto che i paesi potessero utilizzare fondi della UE che fossero catalogati come investimenti per la crescita, e suggerì anche che nel calcolo del deficit si separassero le spese d’investimento da quelle di consumo. Ma tutto invece continua nella direzione che la Commissione ha imposto. Capisce? E nel frattempo si da dell’estremista a tutti coloro i quali vorrebbero uscire da questo sistema perché considerano che il cambiamento all’interno del sistema-euro sia impossibile.

I costi politici dell’euro per le sinistre

L’enorme discredito dei partiti socialdemocratici all’interno della UE è ormai una caratteristica del nostro tempo. Ancora una volta, i numeri parlano da soli. La diminuzione del loro appoggio elettorale, in particolare tra le classi popolari, è enorme. Ed il numero di militanti è diminuito in maniera impressionante. Come faceva notare con grande acutezza politica un osservatore: “i militanti di questi partiti si sono ridotti alle persone che hanno incarichi politici, od alle persone che sperano di poter avere incarichi politici in futuro”.  Anche se questa frase è in parte troppo esemplificativa e forse ingiusta, è vero che questi partiti hanno perso l’appoggio delle persone più impegnate ideologicamente ed affini al socialismo, ed hanno oggi poca capacità di mobilizzazione.

Questo discredito è dovuto precisamente alla propria complicità nell’istituire tale sistema di governo dell’euro. E di nuovo, gli elementi che sostengono questa tesi sono molto robusti. È vero che ci sono tentativi di cambiare tale sistema di governo, anche da parte dei partiti politici che si collocano a sinistra della socialdemocrazia. Ma questo tentativo di riformare il sistema parte dal presupposto che il sistema sia riformabile, ovvero che esso possa cambiare in modo che cominci a servire il mondo del lavoro, che costituisce la maggioranza delle classi popolari. L’evidenza empirica sembra però mettere in questione questa possibilità. Il caso citato anteriormente alimenta i dubbi.

La protesta generalizzata e l’insofferenza popolare verso questa Europa

È chiaro che l’insofferenza delle classi popolari dell’Unione Europea verso tela entità politica sta raggiungendo livelli tali da minacciare la riproduzione di tale sistema di governo. Ed è logico che tale insofferenza sia capeggiata dalle forze politiche che mettono in questione in maniera radicale l’esistenza stessa dell’euro e dell’Unione Europea. La crescita dei partiti di estrema destra a livello europeo è un indicatore di questo meccanismo. Il loro successo si basa sulla radicale opposizione a quelle che chiamano “le elites tecnocratiche che rubano il potere nazionale” (accusa che tra l’altro è difficile da contestare), e sulla proposta di uscire dall’euro e dalla UE. In un certo modo, il loro successo si deve all’incapacità delle sinistre a capire e rispondere alla rabbia delle classi popolari contro questa Europa, l’Europa che doveva rappresentare un sogno democratico e sociale e che si è convertita in un incubo antisociale ed antidemocratico. Fino a quando dovremo aspettare che le sinistre capiscano che questa Europa non si può cambiare e che un’altra Europa è possibile?

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