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(LA RESPONSABILITÀ DELLA VERSIONE ITALIANA DEGLI ARTICOLI PUBBLICATI NEL BLOG DEL PROFESSOR NAVARRO È DEL TRADUTTORE, MICHELE ORINI)

Articolo pubblicato da Vicenç Navarro sulla rubrica “Pensamiento Crítico” del quotidiano PÚBLICO il 18/02/2014.

In questo articolo vengono elencati i principi che dovrebbero orientare le politiche pubbliche dei partiti di sinistra, confrontandoli con i principi dei partiti di destra.

In questo paese (l’autore si riferisce alla Spagna, ma lo stesso discorso vale per l’Italia, ndt), sia nei mezzi di comunicazione di maggior diffusione che nella cultura generale, si tende a credere che la divisione tra diverse sensibilità politiche sia basata sulla relazione di queste ultime con lo Stato ed il settore pubblico. Si ritiene che le sinistre siano a favore dell’intervenzione statale e dell’espansione del settore pubblico, mentre le destre siano a favore del mercato e del settore privato. Tipicamente le forze conservatrici e neoliberiste (quelle che generalmente vengono identificate come destre) accusano le sinistre di “statalismo”, ovvero di dipendere eccessivamente dall’intervento dello Stato e della spesa pubblica. Parrebbe, a prima vista, che i dati avvallino questa percezione. Una delle caratteristiche delle sinistre è infatti una maggiore sensibilità sociale, che si traduce in un appoggio più sostenuto per esempio alla spesa pubblica con fini sociali.

Ma se si guarda con attenzione la relazione dello Stato con l’economia si capisce rapidamente come questa percezione non sia giustificata. Uno degli interventi statali più sostanziosi che abbiamo visto in questi ultimi anni è stato precisamente il massivo aiuto finanziario dello Stato verso le banche, le compagnie assicurative ed il settore immobiliare, ovvero verso quello che nella cultura anglosassone viene denominato FIRE (Finance, Insurance, Real Estate: finanza, assicurazioni ed immobiliari). Mai si era visto nella storia recente un appoggio pubblico così massiccio sei confronti del capitale finanziario, gruppo sociale nel quale le banche occupano un posto molto importante.

Le destre non sono anti-Stato

In realtà, in tutte le società capitaliste lo Stato gioca un ruolo fondamentale all’interno di ogni settore dell’attività economica. Negli Stati Uniti, l’amministrazione presieduta da Ronald Regan, considerata dai suoi stessi sostenitori come una tra le più liberiste, è stata in realtà una delle più interventiste di sempre (a partire se non altro dalla fine della II Guerra Mondiale). La spesa pubblica durante il suo mandato aumentò più che durante qualsiasi altra amministrazione, e l’interventismo statale aumentò enormemente, rafforzando ancor di più il ruolo centrale che lo Stato gioca nell’economia statunitense (il Presidente Regan aumentò più di qualunque altro presidente del dopoguerra la spesa militare).

In Europa spesso non si tiene conto del fatto che lo Stato federale statunitense ha la politica industriale più avanzata di tutti i paesi dell’OCDE. La politica industriale è finanziata attraverso la spesa militare, che nell’economia degli USA ha un ruolo molto importante, a tutti i livelli. Dispositivi e tecnologie tali quali Internet, la telefonia cellulare e molti altri, sono tutti basati sulla conoscenza generata e finanziata con fondi pubblici di carattere militare. Apple non esisterebbe se non fosse esistito il Dipartimento della Difesa, che finanziò la ricerca di base che Apple ha poi utilizzato e commercializzato. Gran parte dei nuovi dispositivi elettronici sono stati sviluppati seguendo uno schema analogo.

Buona parte dell’aumento della spesa militare è stata finanziata con i tagli alla spesa pubblica sociale. I dati parlano chiaro e sono a disposizione di tutti coloro che vogliano comprovarlo. Il punto quindi non è Stato-si o Stato-no, e neppure spesa pubblica-si o spesa pubblica-no, ma piuttosto a chi serve lo Stato. Prove schiaccianti ci dicono che oggi lo Stato è profondamente influenzato dal capitale finanziario (le banche, le compagnie assicurative, gli hedge funds, più una lunga lista di istituzioni che gestiscono capitali), e dagli interessi di una minoranza della popolazione che deriva le proprie risorse dalla proprietà del capitale redditizio, inclusi i proprietari ed i gestori del grande capitale (indipendentemente da che sia di carattere finanziario, industriale o terziario).

Quale dovrebbe essere la linea di demarcazione tra sinistre e destre?

Farsi questa domanda significa chiedersi cos’è che c’è nel capitalismo che ostacola o rende difficile lo sviluppo umano. Ed il punto chiave non è tanto il tipo di proprietà (pubblica o privata), ma la definizione, la funzione e soprattutto l’obiettivo della proprietà. Nell’ambito del capitalismo esistente, l’obbiettivo della proprietà è quello di rendere un profitto al suo proprietario, il quale può definirne in modo specifico l’obbiettivo, indipendentemente dal fatto che quest’ultimo serva al bene comune. Quando per esempio i banchieri sviluppano pratiche speculative con l’intento di ottimizzare i propri benefici, danneggiando la vita ed il benessere della popolazione, attuano secondo il principio capitalista che pone l’accumulazione del capitale come obbiettivo principale, senza considerare i costi e gli svantaggi per la società. Quanto accaduto recentemente mostra chiaramente come sia un errore anteporre l’accumulazione del capitale al bene comune. E questo è uno dei problemi maggiori del capitalismo.

Una delle caratteristiche delle diverse tradizioni socialiste (che si dicano socialiste, socialdemocratiche, comuniste o anarcosindacaliste) è che quest’ultime si si identificano con la lotta per conseguire il benessere della popolazione, ed in particolare delle classi popolari, ponendo la proprietà al servizio del bene comune. Per conseguire il bene comune bisogna porsi come obbiettivo finale il benessere della popolazione, al quale ciascuno apporti secondo le proprie disponibilità. La famosa frase “da ognuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni” sintetizza molto bene l’etica e la cultura di sinistra, e sottolinea che l’obbiettivo dell’economia, per esempio, non è l’accumulazione del capitale ma lo sviluppo delle potenzialità di ogni essere umano, rispondendo alle sue necessità.

La democrazia come obbiettivo

Un’altra differenza tra sinistre e destre risiede nell’identificazione del soggetto che definisce queste necessità. Di nuovo, le destre credono che queste necessità siano definite dal cliente attraverso il mercato. È il mercato che configura il carattere e l’uso della proprietà. Storicamente secondo le sinistre dovrebbe invece essere la popolazione stessa a definire queste necessità, collettivamente ed attraverso le istituzioni democratiche, e non individualmente attraverso il mercato. Di conseguenza nei paesi democratici le sinistre sono sempre state più sensibili (ed esigenti) delle destre allo sviluppo delle istituzioni democratiche. Questo si deve al fatto che l’impegno delle destre affianco della proprietà (ovvero il porsi come obbiettivo l’accumulazione del capitale) entra in conflitto con il principio democratico. Il capitalismo ostacola, ed incluso rende impossibile, lo sviluppo della democrazia, e questo si deve al fatto che la concentrazione di capitale determina il sequestro delle istituzioni democratiche ed i mezzi d’informazione da parte del capitale stesso. Oggi questo processo è evidente sia in Spagna che in Europa. Comunque la si veda, l’accumulazione del capitale limita o rende impossibile l’espressione democratica. Gli Stati Uniti, il paese con la maggiore influenza del capitale e con il più alto grado di disuguaglianza, è allo stesso tempo uno dei paesi meno democratici che ci siano (circa la metà dei membri del congresso sono milionari). E dall’atra parte, i paesi scandinavi, con minori disuguaglianze, sono quelli che hanno un maggior livello di democrazia.

E questo ci porta all’ultima differenza tra sinistre e destre: la definizione della democrazia e la sua espressione politica. Oggi l’immensa maggioranza dei movimenti di sinistra nei paesi ad elevato sviluppo economico aspirano a raggiungere il potere secondo la via democratica. Ebbene, esistono varie maniere di interpretare la democrazia. La più comune è quella rappresentativa e si basa sul principio che ogni cittadino deve avere la stessa capacità di incidere sul governo del proprio paese, e si esprime attraverso i processi elettorali ed istituzioni rappresentative: Un voto ad ogni cittadino, e che abbia lo stesso peso. Il problema con questo tipo di democrazia è che in pratica questo principio non si applica in nessun paese. Quasi nessun sistema parlamentare è autenticamente proporzionale. E questa non è una coincidenza. La regola è la seguente: a maggior influenza del capitale, minore proporzionalità. E questo perché uno degli obbiettivi del capitale è quello di diminuire con tutti i mezzi a sua disposizione questo principio democratico. Gli Stati Uniti e la Spagna, con il loro bipolarismo (che favorisce sempre le destre), ne sono un chiaro esempio.

Democrazia non significa solo votare ogni quattro o cinque anni

Un altro limite del sistema rappresentativo è che, oltre a favorire l’omologazione mediatica (limitata dall’enorme influenza del capitale), tende a professionalizzare la politica e a creare una classe politica che sviluppa interessi propri, riducendo così la politica al “politicare tra le élites dei partiti più influenti”, riducendo così la partecipazione dei cittadini al mero fatto di votare ogni quattro/cinque anni. La democrazia rappresentativa, persino quella proporzionale, è insufficiente. Oltre a democratizzare la democrazia rappresentativa, bisognerebbe richiedere democrazia diretta, attraverso la partecipazione attiva e costante dei cittadini, non solo nel governo del paese, ma anche nella gestione dei posti di lavoro, dei quartieri, delle zone ricreative, ed in generale nell’organizzazione di tutti gli spazi nei quali si pratichino attività collettive. E questo non implica (come maliziosamente sostengono le destre) statalismo, ma partecipazione. I referendum, uno degli strumenti di democrazia diretta più comuni, dovrebbero essere utilizzati ampiamente in qualsiasi sistema democratico ed a tutti i livelli di governo. Democrazia, benessere e qualità di vita dovrebbero essere le dimensioni chiave per definire le sinistre. Democrazia come fine, e democrazia come strategia.

Indubbiamente [alla richiesta di più democrazia, ndt] ci sarà un’enorme resistenza da parte dello Stato, influenzato dalle forze conservatrici. Si utilizzerà repressione e violenza provocatrice. È estremamente importante non rispondere a provocazioni con la forza fisica. La violenza è estremamente reazionaria, perché allontana la popolazione, la quale rifiuta sempre la violenza. Oggi la maggior parte della popolazione è d’accordo con i principi cardinali sostenuti (o che dovrebbero essere sostenuti) dalle sinistre: necessità di ridefinire la democrazia, rifiuto di questo Stato scarsamente democratico, corrotto e cooptato da interessi economici e finanziari, frutto di una Transizione dal franchismo al sistema attuale non certo esemplare (l’autore si riferisce alla Spagna, ndt). Nientemeno che l’80% della popolazione spagnola è d’accordo con lo slogan del movimento 15-M (quello degli Indignati, ndt): “non ci rappresentate”. Ne consegue l’urgenza di mantenere questo consenso popolare, dal quale la sinistra deriva il proprio potere. Più dell’86% della popolazione è d’accordo con un altro slogan secondo il quale lo Stato non sta servendo i cittadini nelle sue necessità quotidiane.

Ed è precisamente su questo campo che la sinistra dovrebbe centrare i suoi sforzi. Le sinistre dovrebbero concentrarsi su delle proposte realiste e concrete per risolvere i problemi che angosciano le classi popolari di questo paese, facendo riferimento ai principi socialisti menzionati anteriormente. Nel momento in cui si crea un servizio sanitario nazionale che sappia rispondere alle necessità della popolazione, necessità definite dalla popolazione stessa, finanziato con fiscalità progressiva, ci si sta incamminando verso il socialismo, indipendentemente da come lo si voglia chiamare. La maggior parte delle popolazione è d’accordo con questa misura. Quando invece si distrugge un servizio sanitario nazionale, e lo si sostituisce con compagnie assicurative private che si pongono come obbiettivo quello di aumentare i loro profitti, si sta distruggendo il socialismo e costruendo il capitalismo.

Detto questo, non consiglio che si cerchi di approfittare di questi cambiamenti mettendoci sopra la propria etichetta. Usare termini e narrative quali “anticapitalismo” o “socialismo” ha poco senso se poi questi vengono interpretati come escludenti e/o allontanano i cittadini. Bisogna ricordare che nessuna delle rivoluzioni socialiste del secolo scorso ha mobilizzato la popolazione con la chiamata al socialismo. Quello che mobilizzò la popolazione, furono proposte concrete, realiste, immediate, che avessero un riscontro sulla vita quotidiana (la pace, la riforma agraria, la fine di una dittatura ecc.). Fu la rigidità ed il rifiuto di riforma dei sistemi autoritari di questi paesi che ne determinarono il collasso. Le rivoluzioni non si fanno chiedendo la rivoluzione, ma pretendendo riforme che, non potendo essere realizzate, determinano mobilitazioni popolari contro regimi autoritari o scarsamente democratici. E qui è dove ci troviamo noi oggi.

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