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(LA RESPONSABILITÀ DELLA VERSIONE ITALIANA DEGLI ARTICOLI PUBBLICATI NEL BLOG DEL PROFESSOR NAVARRO È DEL TRADUTTORE, MICHELE ORINI)

Articolo di Vicenç Navarro apparso sulla rubrica “Pensamiento Crítico” del quotidiano PÚBLICO il 23/06/2014.

In questo articolo si mostra come parallelamente alla riconfigurazione della struttura sociale dei paesi capitalisti più avanzati, si sia ridefinito il conflitto di classe, oggi rappresentato dal conflitto tra la maggior parte della popolazione, che deriva il proprio reddito dal lavoro, ed una minoranza nelle cui mani si concentra il capitale.

Ne mondo anglosassone la crisi del capitalismo sta riconfigurando l’analisi della struttura sociale. Questo fenomeno è passato quasi inavvertito in Spagna (ed in Italia, ndt), ma acquisterà molto presto grande importanza nella vita politica e sociale di questi paesi. Tanto è vero che si stanno già osservando i primi sintomi. Mi riferisco alla riscoperta delle classi social nei paesi capitalisti più avanzati. La categoria “classe sociale” era scomparsa dal lessico della maggior parte degli analisti che studiano la distribuzione del potere in queste società. Negli ultimi 30 anni, queste analisi si sono focalizzate su categorie di potere quali il genere, la razza e la nazionalità, soffermandosi sulle cause e le conseguenze del fatto che gli uomini abbiano più potere delle donne; che i bianchi abbiano più potere che i neri; o che certe nazioni detengano più potere che altre. Un gran numero di ottimi lavori accademici hanno affrontato questi temi che sicuramente continueranno ad essere studiati, poiché, date le disuguaglianze di potere basate in queste categorie, ce n’è chiaramente bisogno.

La “classe sociale” smise di essere un tema d’interesse in parte a causa del declino del marxismo come strumento per capire la società. Il termine “classe sociale” è scomparso dal pensiero egemonico dominante, incentrato nell’establishment accademico-politico-mediatico statunitense e risultato del trionfo della Guerra Fredda. Negli Stati Uniti parlare di classe capitalista e classe lavoratrice, oppure in Europa parlare di borghesia, piccola borghesia, classe media, classe lavoratrice, viene percepito come una maniera antiquata di vedere la società. Ovviamente una conseguenza (desiderata) di tale visione è che nessuno più parla di lotta di classe, un concetto considerato persino più che antiquato. Questa espressione viene considerata alla stregua di una bestemmia. Chi utilizzava questi concetti ed usava queste categorie veniva considerato come portatore di vecchia paccottiglia. Veniva considerato un “intellettuale”, impermeabile alla realtà che lo circonda.

In questa realtà, forgiata dal pensiero convenzionale, il progresso economico e tecnologico ha eliminato o ridotto la classe lavoratrice, sostituendola con la classe media, considerata come la classe alla quale appartiene la maggior parte della popolazione. In questa visione la struttura sociale è costituita dai ricchi (classe alta), dalla classe media e dai poveri (classe bassa). In Spagna si arriva all’estremo di suddividere i cittadini in classe alta, classe medio alta, classe media-media, classe medio-basssa e classe bassa, cosa che suggerirebbe ironicamente allo stato spagnolo di aggiungere un’altra categoria chiamata classe bassa-bassa. Per supportare questa categorizzazione, si sono costantemente realizzati sondaggi per sapere se la gente si senta parte della classe alta, della classe media o della classe bassa. E visto che la maggior parte della popolazione non si considera ne ricca ne povera, la maggior parte dichiara di sentirsi parte della “classe media”. Da questo tipo di sondaggi quindi si conclude che la maggior parte dei cittadini sono e si considerano di classe media.

Errori e falsità del pensiero convenzionale

Non c’era bisogno del famoso libro di Piketty “Il Capitale nel XXiesimo secolo” per capire che il capitalismo lasciato a se stesso, seguendo la logica di ottimizzare l’accumulazione di capitale al fine di aumentare i profitti avrebbe portato ad un aumento della concentrazione della ricchezza, e non alla riduzione delle diseguaglianze ed ad una maggiore redistribuzione della ricchezza (come sostengono gli apologeti del sistema capitalista). Ovvero che i ricchi ed i super ricchi sarebbero diventati sempre più ricchi e super ricchi, e che la loro ricchezza (derivata dalla proprietà del capitale) sarebbe cresciuta più rapidamente di quella che attraverso i salari entra nelle tasche dei lavoratori.

Il fatto che questo fenomeno non si sia verificato durante e dopo la II Guerra Mondiale (la cosiddetta epoca d’oro del capitalismo) si deve a cause politiche ed in special modo al potere della classe lavoratrice, la quale fece pressioni affinché ci fosse una certa redistribuzione della ricchezza. Sono state proprio queste pressioni a portare ad un grande aumento del potere d’acquisto ed al benessere della classe lavoratrice, a discapito di una diminuzione della concentrazione della proprietà del capitale e delle sue rendite. E questo obbiettivo fu raggiunto in parte attraverso interventi pubblici di carattere fiscale.

Negli Stati Uniti il livello d’imposizione del capitale e delle rendite più alte raggiunse il 91%, per altro senza che ciò influenzasse negativamente la crescita economica. E questo contraddice quanto sostenuto dagli economisti di orientamento neo-liberista, che sostengono che un aumento delle tasse sul capitale e sui redditi superiori porterebbe ad una contrazione dell’economia. Una delle conseguenze di queste politiche redistributive fu che i salari dei dirigenti delle maggiori aziende degli Stati Uniti non erano mai superiori a 30 volte quelli dei loro dipendenti. Oltretutto, il salario dei dipendenti della General Motors era (in dollari di oggi) di 50 dollari all’ora (contando le prestazioni sociali). È interessante sottolineare che in quel periodo (1945-1978) quasi non si parlasse di classe media, nonostante il potere d’acquisto della classe lavoratrice d’allora era maggiore di quello di oggi. Il lavoratore del settore manifatturiero costituiva l’asse portante che determinava il livello salariale.

Il neoliberismo, che venne promosso a partire dal 1978 con le riforme del lavoro e del fisco dell’Amministrazione Carter e con maggior impeto da parte del Presidente Regan e della Signora Thatcher, ruppe il patto sociale del periodo 1945-1978 e rappresentò la risposta della classe capitalista in favore dei suoi interessi. Il neoliberismo fu e continua ad essere la dottrina ed ideologia che si pone come obbiettivo quello di sconfiggere la classe lavoratrice, attraverso la riduzione dei salari, lo smantellamento delle protezioni sociali e la privatizzazione dei servizi pubblici dello Stato Sociale. L’indebolimento del mondo del lavoro, e la sua sconfitta in una lotta di classe che coinvolse tutte le dimensioni della società, era essenziale per recuperare il potere che la classe dominante aveva perso a partire dal dopoguerra. In questo senso, il neoliberismo ha raggiunto il suo obbiettivo.

Oggi negli Stati Uniti l’azienda più grande non è la General Motors, ma la catena di supermercati Walmart, famosa per la sua ostilità verso i sindacati, che paga 10 dollari all’ora ed offre pochissime prestazioni sociali ai propri dipendenti. Le tasse sul capitale ed i redditi superiori sono scese al 23% e i dirigenti delle aziende più grandi guadagnano 350 volte di più dei loro lavoratori. La riduzione della presunta classe media è dovuta alla diminuzione dei salari della classe lavoratrice meglio retribuita, alla precarizzazione del mercato del lavoro, ed alla “proletarizzazione delle professioni”, ovvero alla perdita di autonomia dei professionisti (medici, ingegneri ed altri laureati inclusi), al peggioramento delle loro condizioni di lavoro ed al deterioramento della loro remunerazione, tutti fenomeni che hanno caratterizzato questi ultimi trent’anni.

Per che si sostituì il termine “classe lavoratrice” con “classe media”?

La sostituzione del termine “classe lavoratrice” con il termine “classe media” ebbe un’importanza fondamentale, e puntava a far credere ai lavoratori che quello che li univa non era il lavoro e la relazione che essi stessi avevano con il lavoro, ma il consumo ed il reddito, senza che ci si soffermasse sull’origine del reddito. Fu anche un modo di individualizzare ed atomizzare l’iniziativa e la lotta del mondo del lavoro, che fino ad allora era stata collettiva. Secondo questo mito, la maggior parte dei cittadini si collocavano nel mezzo (anche se chiaramente lo spazio nel “mezzo” continuava a diminuire). Questa diminuzione era dovuta alla riduzione dei salari ed alla perdita di potere da parte dei sindacati. L’enorme crescita della ricchezza si distribuì tra i proprietari del capitale a discapito delle risorse assegnate ai lavoratori.

E veniamo ad oggi. Questa situazione ha creato le condizione per un’enorme alleanza di classe, poiché alla classe lavoratrice, che continua ad esistere in componenti diverse tra loro, si sommano ora le classi professionali, le quali storicamente svolgevano la funzione di amministrare, supervisionare e dirigere (sotto il controllo del capitale) la società e che ora si stanno polarizzando: da una parte ci sono gruppi molto ben remunerati e vicini alle élites governanti (finanziarie, economiche, politiche e mediatiche), e dall’altra ci sono la maggior parte delle professioni, la cui massificazione le sta portando ad essere molto simili al mondo del lavoro tradizionale. Ciò comporta che la lotta di classe si stia progressivamente riconfigurando in una lotta tra i proprietari ed i gestori del capitale ai quali si aggiungono quei dipendenti che ne riproducono il potere (il 10% della popolazione), e la grande maggioranza della popolazione (il 90%) espropriata dal primo gruppo, il quale oltretutto controlla il potere politico e mediatico. La lotta di classe odierna è quindi ampia e rappresenta il conflitto tra quelli che stanno in basso e quelli che stanno in alto, ovvero tra una maggioranza (il 90% della popolazione) ed una minoranza (il 10%).

Il grande successo di movimenti quali “los indignados” e Podemos in Spagna, o di Occupy Wall Stret negli USA, si deve precisamente al fatto d’aver dato voce a questa realtà. Oggi la legittimità dello Stato (spagnolo, ndt) è bassissima, ed esistono ampie possibilità di cambiamento, che non devono però limitarsi a riforme puntuali (tipico comportamento parlamentare) ma che devono portare ad un cambio sostanziale dell’assetto politico e mediatico del paese. Il numero e la dimensione dei movimenti di protesta stanno aumentando in maniera molto significativa, e ciò mostra che il neoliberismo e le istituzioni politiche che lo hanno sostenuto e perpetuato sono agli sgoccioli.

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